L’arco, la corda e le frecce.

trampolino

Giunti sul punto finale del fenomeno, dovrei essere morto quindi e ricominciare una nuova vita, nuovo di zecca, che sogno, invece vegeto più sgangherato che mai, insomma più o meno, si fa per dire, una pizza vivere così.

Quanti limiti finali ci sono? Filosofia, ogni tanto ci vuole, nella figura si vedono tante stelle, l’interpretazione dev’essere logica, il punto sul limite del trampolino, la voglia di tuffarsi ma forse è già successo se il punto finale viene invertito nello spazio, cioè adesso è diventato poi quindi morto.

Kant e tutta la sequela di filosofi nominalisti trascendono il punto finale, nomi senza forma, Einstein ci vede la velocità della luce, i preti ci vedono Dio, i rimbambiti credono alle favole eccetera, giunti alla fine della realtà la si supera quindi non è più realtà, irrealtà, figure che si vedono solo nel pensiero naturalmente perché nei fatti non ci sono, si adattano, quindi l’immaginario collettivo tramandato dal passato eccetera.

Il poi è diventato prima e si muove nell’adesso, la probabilità si calcola col confronto del movimento del cursore di un clip, questo parte da zero e va verso il punto finale, quando ci arriva si ferma e può solo tornare indietro e ricominciare da capo, non ha importanza le immagini che trasmette che possono variare o essere sempre la stessa, solo il movimento. A spostarsi col cursore è lo zero? Giunto alla fine si congiunge col punto finale, zero e trecentosessanta gradi coincidono, un giro, lo zero è adesso? uno zero dialettico che non è prima e non è poi, quando è sullo zero è fermo, quando si muove non è fermo quindi non è zero, quando si ferma muore quindi non si muove e se non si muove è zero.

Il movimento tra i due limiti trascende nel pensiero, il nesso, Nesso era un centauro, nel mito viene ucciso da Ercole, dato che si voleva fottere la moglie si può dire per gelosia, di contro Deianira, ancora per gelosia, offre ad Ercole la camicia intrisa nel suo sangue, la camicia si attacca alla carne e lo divora, la figura di un abito carnivoro collegato alla gelosia.

Causa la gelosia l’azzeramento dello spazio è conseguenza, se il movimento è zero non si muove, in questo caso un fermo solo nominale, il movimento si trasferisce nel pensiero ed il corpo rimane bloccato.

Il pensiero è l’abito? L’abito mentale, la camicia di Nesso, la figura di una farfalla spillata contro un muro, è viva ma non si può muovere ed allora sogna di volare ma cosa sogna?

I riferimenti del mito che si adattano dal passato col transfert generazionale, sempre la solita pizza con causa la gelosia, un software che muove il burattino, se non ci fosse questo software, senza spillo che inchioda, che cosa sarebbe?

Bella domanda, seguendo le figure non sarebbe gelosa cioè dato che la gelosia è solo nel pensiero non penserebbe, l’adesso si sgancerebbe dal prima e poi e tornerebbe a scorrere, senza trarre conclusioni, l’abito si nutre dei vivi e le probabilità che seguono le può capire anche un cretino.

Nel caso di una donna trascendendo nella irrealtà del pensiero non è corpo quindi non è femmina e se non è femmina è maschio, un ermafrodito nominale che diventa abito mentale ed è carnivoro, un cannibale, la figura del burattino che tende al suicidio, la corda di Giuda per impiccarsi, il tracciato è nel pensiero, la corda un mio regalo.

serenata

Serenata di fuoco. (youtube)

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An die freude.

cavallo

Il fenomeno è uno spazio compreso tra due limiti di tempo, sul modello del cerchio uno è uguale a zero e l’altro può variare secondo i casi, la durata di un clip, di un oggetto, di una vita, di un’epoca storica eccetera.

Lo zero è un nome, ha un segno convenzionale per scriverlo ma non è forma. La forma dello zero non è nome quindi non è zero, dal confronto con la musica si vede che l’ottava è uno spazio compreso tra un do ed un si diesis quindi il do è sempre uguale a zero ed è un nome, nel cerchio lo zero e trecentosessanta gradi coincidono, in musica a coincidere sono il si diesis con il do dell’ottava successiva, quindi la forma del do è il si diesis della scala precedente.

Qui il discorso si complica estendendosi a tutti i fenomeni esistenti, qualsiasi si consideri il principio prende forma da un fatto conclusivo precedente e quindi dal confronto si possono calcolare le probabilità infatti ogni nota dell’ottava dopo il do ripete quelle dell’ottava precedente in una evoluzione verso i toni alti nelle scale ascendenti ed in una involuzione verso i toni bassi nelle scale discendenti.

A questo punto si può probabilizzare l’universale calcolando che la scala discendente prima o poi incontri uno zero assoluto, cioè senza la forma del si diesis oppure…qualcosa che c’era ancora prima dell’origine del mondo ad esempio ed in ogni caso si deve vedere ancora un’ottava dal do al si diesis.

Ogni oggetto in se è un universale perché a sua volta formato da parti ed ognuna di queste parti in sé è universale perché a sua volta formata da parti e si può continuare nel sempre più piccolo, viceversa ogni universale minore è parte di uno maggiore il quale a sua volta è parte di uno ancora maggiore, la sequenza dei bit in byte oppure, seguendo la fenomenologia di Hegel, i popoli, ad esempio l’italiano è parte degli europei che sono parte dei popoli dell’intero pianeta, l’universale maggiore, il si diesis che suona in fondo sulla corale di Beethoven, mentre al contrario si scende di popolo in popolo, fin quando si trova un do che non suona col resto, cioè è solo un nome, il nome è parola, la forma della parola è il linguaggio.

Il canone sviluppa la figura dell’universale, si vede ogni nota che lo compone formata da un povero cristo che fa pena naturalmente con le dovute varianti tonali, viceversa allo zero si vede una merdaccia continuare a spernacchiare: “Leccatemi il culo figli di cani!” e il discorso non quadra, ci deve essere qualcosa che non funziona…

Esempio di lettura del canone per principianti sul racconto Lolita.

avviso

Lolita.

Prima figura.

Quel mattino ero al Valentino, erano circa le undici, c’era il sole, non faceva ne freddo ne caldo ed un piacevole venticello portava il profumo delle rose che stavano fiorendo nei giardini oltre alle note altalenanti di un fisarmonicista che suonava alla porta del castello.

Stavo sotto un albero con la schiena appoggiata al tronco vicino alla fontana e leggevo un racconto di Isaac Singer, il figlio del rabbino, che parlava di morti che uscivano dalle tombe, dybbuk che entravano nelle persone e gli facevano fare le cose più assurde, era opprimente ma ero interessato alla cultura ebraica e continuavo a leggere, finalmente arrivai al termine, chiusi il libro e rimasi per un po’ a guardare la fontana cercando di non pensare a nulla.

Seconda figura.

Un centinaio di metri più avanti in un prato cosparso di margherite c’era una bambina che giocava con un pallone, avrà avuto sui dieci dodici anni ed era già abbastanza formosetta, era bionda coi capelli lunghi e fluenti ed era vestita con una camiciola bianca a righe rosse ed aveva una minigonna vertiginosa sulle lunghe gambe nude. Correva ed ogni volta che raccoglieva il pallone si chinava mostrando in pieno il fiore delle sue mutandine bianche. Cercai inutilmente di distogliere lo sguardo e devo confessare che sentivo un prurito innominabile che mi gonfiava il pacco nei pantaloni.

Per svagare la tentazione ammiravo il contrasto tra il bianco delle margherite e quello delle sue mutandine e, parrà incredibile, ne sentivo distintamente il profumo, da impazzire!

Cercai di metterla sull’intellettuale, le margherite, mi venne in mente la Margherita di Faust e la tentazione di Mefistofele, il patto col diavolo, la cosa era terribilmente arrappante e quella continuava a chinarsi e si avvicinava quasi lo facesse apposta. Avevo la mente che lavorava al galoppo in cerca di giustificazioni, ricordai una poesia di Catullo dove la labbra di una bambina in fiore erano insudiciate dallo sperma di un vecchio porcaccione, poi la Lolita di Nabocov e il Demonio di Bukowski, improvvisamente la cosa iniziò ad interessarmi e spostai l’attenzione.

Terza figura.

Presi carta e penna ed iniziai a scrivere una poesia, il testo originale l’ho perduto ma diceva all’incirca così:

“Brama la tigre in caccia nella giungla scarlatta

dietro la preda di cui a visto la fatta,

sangue d’intorno scorre

dalle viscere della torre,

istinto che ascolta la tromba

suonare gira e rigira nella tomba,

morto non fui, solo addormentato

e pronto son ora a sollevar…”

Ricordo precisamente che non mi veniva la rima, mi ero lasciato trascinare e non avevo calcolato la prima quando davanti ai miei piedi si aprì una fossa e come fosse sputato dalla terra uscì fuori una statua di pietra che subito disse: “Io sono Giulio Cesare, il disgustato!”

La bambina si stava allontanando con il pallone in mano richiamata dalle urla della madre, sculettava e come sculettava, avevo le bave che colavano incandescenti e sentivo tutti gli intestini agitarsi come grovigli di serpi che volevano uscire dall’uovo. Il vento era cessato, non si sentiva più uccello cantare, intanto eravamo passati al Don Giovanni e questo si chiamava Giulio Cesare. Un bel problema.

Mentre l’intuito lavorava in sordina gli dissi: “Giulio Cesare è morto da più di duemila anni, forse sei un matto scappato dal Cottolengo, di la verità.”

Lui parve arrossire come fanno le pietre vicino al fuoco e rispose: “Io sono un cantastorie, stavo sulle porte della città e le raccontavo a chi aveva i soldi per pagare, certe le scrivevo su rotoli di carta e quelle le vendevo più care, non si guadagnava granché ma si tirava avanti.”

L’intuito mi stava aprendo la porta di una storia incredibile, intanto i miei visceri continuavano a contorcersi, la bambina era tornata sul prato a giocare ed il bianco delle sue mutandine che tornivano un culetto al primo fiore bello come una bistecca al sangue mi stavano raggrinzendo la pelle, sentivo artigli invisibili che si sfoderavano, lunghi denti feroci alla brama di quel sangue…

Finale.

Questa storia finisce così, arrivò uno squadrone di scolari scortati dagli insegnanti che ruppero subito le righe per mettersi a giocare sul prato, la bambina si mescolò a loro e non la vidi più, la cosa mi fece desiderare di rinascere ma per il momento dovevo accontentarmi di com’ero, il buco si era rinchiuso e la statua non parlava più, quando mai si sono viste statue che parlano? doveva essere fantasia, forse avevo sognato, a quei tempi non avevo ancora pratica dei capricci dell’Arte ma ora, rileggendo queste righe, la tigre che vive sotto le mie braci si è messa in caccia ed il profumo che sente è tutta una sorpresa.

 

Interpretazione di superficie.

Il canone letterale segue le stesse regole di quello musicale, si basa sul contrappunto solo che invece di note e linee melodiche usa parole e linee narrative.

Nella prima figura originata dalle tradizioni ebraiche si vedono morti uscire dalle tombe e dybbuk impossessarsi delle persone per fargli fare le cose più assurde.

La seconda figura è contrappuntata alla prima, cioè deve suonare contemporaneamente puntum contra puntum quindi in pratica dire le stesse cose con parole diverse infatti si vede il fantasma del mito di Lolita uscir fuori da una poesia di Catullo a indicare che era già presente a quei tempi e poi continuare coi racconti di Bukowski e Nabocov. Naturalmente oltre a questi ce ne sono altri come ad esempio de Sade e si potrebbero trovare riferimenti anche nel ratto di Persefone ed in chissà quanti altri.

Poi si vede l’io narrante eccitarsi all’odore delle mutandine bianche e cambiare, quasi un dibbuk si fosse impossessato di lui, bisogna tenere presente che lo fanno anche i cani quando sentono l’odore di una cagna in calore e da questo si vede tutta una fila di sviluppi psicologici che si possono studiare nel caso servisse. Il cerchietto delle mutandine bianche, per associazione, potrebbe indicare l’ostia dei cristiani, questa è un intuizione che nel canone è frequente e si sviluppa in seguito.

La terza figura continua il discorso, si vede uscire dalla terra come rigettata la figura del don Giovanni che poi dice di chiamarsi Giulio Cesare, tutti nomi di morti, e di essere un cantastorie, nel caso, da passaparola, un pasquino, quindi un giornalista. Dalle figure precedenti si può vedere che poi viene preso da un dibbuk, magari quello di un dottore oppure di un santo anche se la storia non lo dice. La figura del don Giovanni che esce si può collegare a Cristo che torna dall’inferno portandosi dietro i patriarchi e le pie donne ebree, come le chiama Dante, quindi la mentalità che è alla base della prima figura. Inoltre le pie donne nell’enigmistica sono chiamate eroine ebree, da eroine a eroina quindi l’ostia ed il probabile stato del clero calcolando che un tempo, negli ospedali santuario, si curava solo con l’oppio, la medicina che toglie i peccati dal mondo come fa Cristo il cui corpo è contenuto nell’ostia che quindi diventa una medicina.

La finale è sintesi delle tre ed in pratica dice che sono tutte favole per bischeri.

Ci sono altri aspetti del canone che l’autore non calcola mentre scrive e si possono vedere solo a lavoro finito. Questo aspetto presenta varianti praticamente infinite e entra in un campo dove sono compresi l’enigmistica, l’improvvisazione, l’intuizione, collegamenti, raddoppi di parole, errori di battitura eccetera, spiegarlo ai bischeri sarebbe troppo lungo e tanto non lo capirebbero mai e quelli che capiscono non han bisogno di spiegazioni.

Importante è non dar peso alle parole, si considera il peccato originale un mostro intriso di leggende e superstizioni invece è un semplice calcolo matematico. Dio, che è solo un nome quindi una parola prende peso, cioè forma, dal male di Adamo ed Eva di cui è causa. Il canone continua, poi Adamo scarica la colpa su Eva eccetera. Questo potrebbe indicare tutti quei cinesi ed ebrei a caccia di soldi facili e per evadere le tasse che in America e altrove hanno sottoscritto le azioni della Facebook. Quando finiranno nei forni i primi potranno incolparla per averli fatti seguire un imbroglione ed i secondi di essere la causa del suo fallimento. Nella figura si vedono imbroglioni imbrogliare altri imbroglioni quindi non ci sono burattine da incolpare. Questa figura naturalmente si applica a tutta una serie di altre figure analoghe ed il risultato è lo stesso. Come si vede si scrive una cosa ma quel che si intende è tutt’altro.

Merdaccia

Post verità.

il sapere

Post verità è un nome ed il nome non è forma. La forma è interessante per i numerosi significati che esprime. Per la ragione pura uscendo dalla verità non è più verità quindi è menzogna. Poi c’è la trascendenza di Kant, un concetto presente solo nel pensiero a cui bisogna credere per fede perché nella realtà non esiste. Poi c’è la metafisica di Aristotele, per la ragion pura se non è forma è nome quindi la terminologia usata per classificare i fenomeni naturali, la poetica,la dialettica, la linguistica ecc., per le enciclopedie i libri scritti dopo quelli della fisica e per la credenza popolare il mondo soprannaturale. Poi ci sono i sinonimi come ad esempio il termine “Canard” che indica le false notizie create dai media per condizionare le fasce statistiche dell’opinione pubblica. Poi ci sono le analogie come ad esempio il termine “Post mortem” che indica il mondo dell’aldilà.

Si potrebbe continuare ma per concludere esiste un rapporto tra il nome e la persona che lo recepisce, come si vede dal prospetto la maggior parte dei significati concorda con la trascendenza di Kant, la verità supera la forma diventando una super verità come Dio ed è una menzogna in linea con la logica nominalista il nome è forma, la menzogna è verità e di conseguenza la verità è menzogna.

Per evitare ulteriori confusioni e non passare la solita vacca consiglierei Oxford di lasciare la menzogna al suo nome…

PS. Da notare che per la ragione pura il nome non è forma, la verità non è menzogna, la forma della verità è la menzogna. Qui bisognerebbe aprire un’altra discussione riguardante il concetto di bene e di male, la prossima puntata.

L’ombra.

ombra con statua

Impressionato dall’ombra, un’avventura, parole parole quante catene ancora da scatenare, legacci che sembrano insbrogliabili, l’intuizione fiuta l’ombra, valla a capire, per fare ombra ci vuole una luce, al buio non c’è, una base di partenza, sul limite il nome è forma, quindi se è forma non è nome ed il movimento riprende verso il limite opposto del fenomeno, nel viaggio il nome non è forma ed ecco apparire l’ombra.

Un’ombra in altalena tra due poli, l’ombra di me stesso si può dire, hanno già scritto molti sull’argomento, dimentichiamo tutto e ricominciammo dall’inizio.

L’ombra del nome, il cognome, potrebbe essere il padre che l’ha tramandato, in questo caso non è perché è morto ed i morti non lasciano ombra, sotto terra c’è un buio, una copertura da buttare, vestito dopo vestito potrebbe esserci un’ombra nuda, la mia ombra, la figura al centro del mondo, è buio e siamo la stessa cosa, non si vede niente ma si può immaginare un uomo nero, senza ombra, inizia a sorgere il sole e l’ombra si stacca e si allunga, potrebbe essere il cazzo, forse col giorno ha visto una bella figa, sentito l’odore, una scopata figurata con la propria ombra, potrebbe essere un’idea.

L’ombra è maschio o femmina? Bella domanda, la parola è di genere femminile ma la si potrebbe definire neutra perché anche le donne fanno ombra ed in questo caso, la femmina non è maschio, sarebbe maschile, per il momento ne maschio ne femmina, lasciamo in sospeso. Il corpo davanti allo specchio riflette se stesso, sull’acqua la figura dove annega Narciso, sul terreno o contro un muro anche ma è più o meno grigia, l’uomo nero, il babau dei bambini, il cazzo, accostamenti del cazzo all’ombra, la negazione del corpo, la trascendenza di Kant, un’altra ombra, questa solo immaginaria che non esiste in realtà, quindi non è, un altro abito da buttare quindi facciamolo subito.

ombre con scacchi

La scala cromatica dal bianco al nero, le sfumature del grigio in crescendo, al nero si fermano e tornano indietro, nel cerchio i limiti sono zero e trecentosessanta quindi il bianco è zero, non esiste oppure non è forma quindi è nome allora bianco è solo un nome ed il nero la sua forma e si può dire il contrario perché quando è nero non è bianco. Bianco e nero sono nomi applicati ad un’unica forma, nella logica del bene e del male uno è bene e l’altro male, infatti il cazzo come nome è considerato una parolaccia ed una cosa sporca come forma, almeno dai maschi non ricchioni come ci hanno insegnato da bambini, questo è un nodo duro da sciogliere ma facciamo come se lo avessimo già fatto ed andiamo avanti. Nei fatti nessun uomo è puramente bianco o puramente nero quindi nella realtà fisica esiste solo la scala dei grigi, la forma, i limiti sono parole significate per convenzione, se all’inizio del linguaggio ci si fosse messi d’accordo di chiamare bianco il nero il nero sarebbe stato bianco, questo non è stato ma è da tenere comunque in considerazione, una probabilità tra le tante in via di accertamento.

In fisica i limiti sono tempo, un punto zero d’origine, la nascita ed un punto C due di termine che nel cerchio coincidono, in questo caso la morte. Qui il babau si vede chiaro, l’associazione è evidente, il nero è un morto, quindi un negro tenendo presente che sul limite è solo nome, una convenzione.

Convenzione non è quindi buttiamo anche la paura della morte o dell’uomo nero, adesso l’ombra è quasi nuda e si può cominciare a dialogare con lei o con lui, maschio, femmina o neutro che sia.

Una notte di noia qualsiasi comodamente seduto alla macchina da scrivere ad ascoltare la propria l’ombra raccontare una favola.  

Sul ring scontro all’ultimo sangue tra un bianco e la sua ombra

Volano i cazzotti, ganci, uppercut, diretti

I corpi tumefatti di lividi

Brividi

Mentre nel latrare della tifoseria si alza il sipario.

 

ombre

Il superuomo di Nietzsche che trascende il limite finale del fenomeno è un morto, un negro, quindi anche il negro dello zar, si tratta di morti, un supernegro e tutto ciò esprime la figura di un cazzo, l’ombra di un cazzo.

Canone capriccioso, adesso viene fuori la figura dell’assetato inserita in quella di Prometeo incatenato alla rupe del Caucaso, alla rupe del cazzo?…incatenato, assetato di libertà, davanti alla bocca una figa sbrodolante dal pronunciato profumo che tutti conoscono bene, e lì a pochi centimetri, dal buco esce un torrente impetuoso di vita, assetato più che mai allungo la lingua per berne almeno una goccia ma le catene resistono e la sete aumenta sempre di più.

Non è nei fatti, è nel linguaggio che è inserito il concetto di bene e di male, il cancro che sta uccidendo la natura. I giornalisti una volta si chiamavano pasquini o pasqualini, i passaparola e passavano pasquinate, dio è stato il primo a passare la parola ad Adamo, era anche lui un giornalista? Un supernegro! Col tramonto di Obama la causa si inverte in effetto ma questa è politica e comunque figure apparenti che coprono quelle reali senza sostituirle, andiamo ad intuito.

Cammino su una strada assiepata di gente, il traffico è bloccato per una manifestazione di animalisti che protesta per un leone liberato da un circo sorpreso a sbranare una gazzella. Gridano al tradimento e chiedono la soppressione immediata di tutti gli animali carnivori perché si rifiutano di pascolare erba e carrubi come fanno i vegani, tra i campanacci si sentono grugniti suini, ragli pietosi, belati singhiozzanti, lunghi muggiti sofferenti…la folla e gli automobilisti bloccati guardano increduli di tanta bestialità, i pasqualini riprendono e dirigono il concerto del gregge, passo l’intermezzo pubblicitario e continuando a ripetere non è nei fatti e nelle parole che lo devo fare entro con l’ombra che mi segue docile nell’antro del supernegro.

Il pennello del canone dipinge una grande stanza esagonale, alle pareti dal colore annerito dalla fuliggine della stufa accesa in un angolo sono appesi numerosi quadri non finiti o lasciati a metà, tutti rappresentanti figure di amplessi sessuali, scopate, inculate, pompini, orge multiple e cose simili, si direbbe lo studio di un pittore, infatti su un tavolo su un lato accanto ad una finestra ci sono tubetti di colore, una tavolozza che cola, vasetti vari e vicino un cavalletto con una tela appena iniziata di fronte ad un grande specchio ma sul letto matrimoniale sistemato contro la parete opposta c’è una chitarra elettrica, si vede l’amplificatore ed anche un sassofono seminascosto tra i libri su degli scaffali vicino alla posta d’ingresso. Un musicista dunque se non fosse che la presenza di una macchina da scrivere sul pavimento al lato della porta che dà nel cucinino tradisce anche la figura di uno scrittore. L’odore di trementina si mescola al profumo delle cipolle che stanno rosolando su una pentola sopra la stufa, uno stereo è acceso, si sente Woo Doo child di Hendrix a volume alto come una cascata che precipita dal soffitto dove è appesa una lampadina anche questa semiaccesa come nel Guernica di Picasso.

Di fronte allo specchio con un pennello in mano c’è lui, il supernegro ed è proprio un grosso negro, ben fatto, i lineamenti selvatici, un po’ invecchiato, qualche capello grigio, gli occhi slavati dall’hascisc ma ancora in splendida forma.

Ogni tanto lo vado a trovare, è il mio pusher, quando rimango senza per fare il pieno, è un tipo interessante. 

fiume

La caccia continua

 

Il sillogismo naturale.

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                    2)       L’andata.

 

La strada è lunga, difficile, spietata, non esiste ritorno e unica resa è la morte.

Per cercare l’inclassificabile bisogna trovare il classificabile e per capire il classificabile bisogna rispolverare lo Stagirita. Aristotele è a torto considerato il filosofo ufficiale della teologia ebreo islamico cristiana, è stato negato da quei pacchisti di Giordano Bruno e Galileo, in realtà la sua logica è esattamente l’opposto. Va riletto esclusivamente dal sillogismo eliminando ogni interpretazione che viene data dai libri.

 

                                           Logica pura.

Il sillogismo di Aristotele contempla una proposizione universale o formale accertata dall’esperienza come ad esempio: “Tutti gIi uomini ragionano.“ una proposizione singolare o nominale: “Piero ragiona.“ e una proposizione finale: “La forma di Piero è un uomo.”

La finale comprende il nome e la forma e rappresenta la sostanza.

Aristotele usa il sillogismo come strumento di logica per classificare la natura e l‘uomo. Esempio di applicazione: “Se ragiona è umano se non ragiona è bestia.”

Per classificare o nominare abbiamo bisogno di una forma universale da comparare all’inclassificato.

Questo nome è una parola e guardando vediamo che il nome nasce da una convenzione universale, inizialmente tutti gli uomini si mettono d’accordo nel chiamare un tavolo tavolo, una sedia sedia, un bicchiere bicchiere e via di seguito, un nome alle cose, alle azioni, agli aggettivi ecc.

Dal nome singolare siamo risaliti alla nominalità universale cioè il linguaggio e guardando si vede che questo linguaggio ci è stato tramandato e insegnato da bambini dall’universale che avevamo intorno, in pratica è come se fossimo stati specchiati a sua immagine esattamente come fece Dio con Adamo nella trasmissione della parola, Dio inteso come universale maggiore, cioè l’umanità.

Questa immagine universale che ci ha specchiati ha riflesso in noi tutti i pregiudizi e le superstizioni che l’umanità si tramanda di generazione in generazione creandonci quello che siamo.

Il processo inverso è già iniziato, sorvoliamo i dettagli, un bel taglio di forbici e ficchiamo il naso sulla disputa degli universali dei teologi medievali.

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Abbiamo perfezionato la logica con Hegel, è bastata un’occhiata per capire che la logica non l’ha inventata Hegel, è una scienza naturale, meglio ancora un’Arte per pochi ed a certi livelli per uno solo.

Hegel nella fenomenologia scrive che data una cosa tutto ciò che non è quella cosa è un non essere della cosa e nello stesso tempo un essere per se stesso.(sillogismo.)

Esempio: dato un tavolo come cosa la sedia è un non essere tavolo e un essere sedia, è e non è contemporaneamente ma  essere e non essere sono due cose diverse, l’essere è uno mentre il non essere è tutte le cose che l’essere non è.

La sedia è parte astratta dall’universale di tutte le cose che non è, l’universale maggiore che quindi in sé è uno, la parte è minore ma in sé è maggiore poiché la sedia è formata da schienale, gambe, poggiaculo ed ogni parte la si può dividere in un universale minore e così via.

 

Gli interpreti di Hegel che identificano il non essere col nulla invertono la sua logica in nominalismo.

Il nome non è forma, la forma è il non essere del nome, se il non essere è negato la forma non è, se non è forma è nome.

Siccome dio è un nome senza forma…

La filosofia sembra essersi spostata nell’informatica, tra il nome e la forma c’è la stessa differenza che tra il bit e il byte, il bit è solo un nome, il byte la forma, si vede quando si clicca un link e appare la pagina, il link non è pagina.

Il nome non è forma, l’hardware non è il software,  quindi l’hardware è un nome ed il software una forma. Il nome non è forma, il tempo non è spazio quindi l’hardware è  tempo ed il software uno spazio.

Un limite di tempo sta alla base, all’inizio, l’altro lo vediamo sullo schermo del computer. Il limite non è spazio, il tempo non è spazio quindi il limite è tempo. Il punto zero sta al passato e la pagina apparente è oggi.

In mezzo cigola la carrucola su e giù, la figura di una scopata telefonica… (licenza poetica.)

pozzo

Parole parole parole…cos’è la logica? Un passatempo, un gioco per pochi, una lingua tagliente, un esercizio mentale, un volo nel nulla, è e non è ed è tutto e niente…

Il sillogismo di Aristotele e quello di Hegel sono i massimi strumenti di logica della ragione umana e sono identici.

Il sillogismo è una regola logica naturale come l’addizione o la sottrazione, per evitare confusioni tra i termini usati dai due filosofi è necessario unificarli.

Il nome di Aristotele corrisponde all’idea di Hegel, il nome è parola, l’idea è parola.

L’universale maggiore(tesi) è la forma a cui il nome appartiene ed il minore(antitesi) è la forma del nome.

Si può sintetizzare con l’enunciato: il nome non è forma, l’uno non è universale, il nome è uno, la forma è universale. (prima quello che non è e poi quello che è.)

 

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Semiologia.

 

 

Probabilità, non si possono capire le probabilità senza introdurre il segno, che cos’è?

Il nome non è forma, il segno non è codice, il certo non è incerto.

Il segno è nome e certo, il codice è forma e incerto.

Il nome è parola, il segno è parola.

Il nome è convenzione, il segno è convenzione.

Il segno è certo solo nel momento che lo posso nominare diversamente è incerto, cioè codice. Esempio: il cartello “divieto di sosta” è certo perché si conosce e lo si può chiamare per nome, se non lo si conoscesse si vedrebbe un segnale su un palo piantato per terra, un codice minore, la forma del segno.

Il segno è solo nella parola, un nome che esprime un significato.

Il segno a sua volta è parte di un codice maggiore, nel caso del cartello citato il codice stradale. La parola “codice stradale” è segno, cioè il nome della forma maggiore ed anche questo è certo solo se lo posso nominare, altrimenti è un codice di incertezza.

Chiamare il codice segno può causare confusione, la logica è movimento, nel momento che nominiamo il codice non è più codice, è stato significato ed ora è segno (figura del pendolo) di un codice maggiore, l’universale di tutti i codici che nominato diventa il segno. Qui bisogna fermarsi, il limite è tempo, oltre c’è domani e di domani non c’è certezza.

Gli animali.

      Proclama della natura

“Chi ha detto che i cannibali sono cattivi? Giudizio a priori non è, bene e male neppure, il commento è soggettivo solo per il totem, l’oggettività a cui dà il nome riflette il pensiero nel cavo digerente e come risultato è merda, la forma del totem.

Nel formicaio non si fa la conta di chi esce e di chi entra, la formica singolo individuo è un nulla sacrificabile ed ogni nulla è subordinato alla conservazione della specie e agisce a tale scopo.

La legge del formicaio non è formica e non è formicaio che sono pura materia, la si osserva dal di fuori, un insieme di regole in un’unica legge agente che le comprende come il formicaio le formiche o la pellicola della bolla di sapone l’aria che l’ha gonfiata.

La natura universale è uno spazio limitato dal tempo entro il quale crescono tutte le specie, le parti dell’universale.

Lo spazio vitale di crescita di una specie è limitato dalla crescita delle altre, il limite non trascende ed ogni specie ha sviluppato un particolare comportamento atto a prevenire tale trascendenza allo scopo della conservazione universale.

La legge di natura è armonia di spazio e tempo e si sviluppa nel suo tubo digerente, la catena alimentare, gli erbivori limitano lo spazio dei vegetali, i carnivori quello degli erbivori. Domanda e offerta di cibo è la legge agente, una guerra perenne dove a evolversi sono sempre gli esemplari migliori, i più forti.

Nell’armonia universale alcune specie si uniscono in simbiosi per garantire la propria sopravvivenza, è il caso di tutti quegli animali che sono allevati dall’uomo a scopo alimentare o per le pellicce, i circhi ecc.

Nella trascendenza dell’armonia che l’uomo ha forzatamente introdotto nella natura queste specie sono le più sicure, come in natura  gli individui al margine vengono sacrificati ma il nucleo di riproduzione prospera.

L’umanità è un insieme di popoli ognuno dei quali è parte dell’universale. Ogni popolo ubbidisce alla legge della sopravvivenza della specie, quando gli spazi sono saturati scocca il gong del tempo e guerre e rivoluzioni fanno il resto. Non è bene non è male, i due mondi del non essere prosperano allevati nella credenza universale.

 

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