L’arco, la corda e le frecce.

trampolino

Giunti sul punto finale del fenomeno, dovrei essere morto quindi e ricominciare una nuova vita, nuovo di zecca, che sogno, invece vegeto più sgangherato che mai, insomma più o meno, si fa per dire, una pizza vivere così.

Quanti limiti finali ci sono? Filosofia, ogni tanto ci vuole, nella figura si vedono tante stelle, l’interpretazione dev’essere logica, il punto sul limite del trampolino, la voglia di tuffarsi ma forse è già successo se il punto finale viene invertito nello spazio, cioè adesso è diventato poi quindi morto.

Kant e tutta la sequela di filosofi nominalisti trascendono il punto finale, nomi senza forma, Einstein ci vede la velocità della luce, i preti ci vedono Dio, i rimbambiti credono alle favole eccetera, giunti alla fine della realtà la si supera quindi non è più realtà, irrealtà, figure che si vedono solo nel pensiero naturalmente perché nei fatti non ci sono, si adattano, quindi l’immaginario collettivo tramandato dal passato eccetera.

Il poi è diventato prima e si muove nell’adesso, la probabilità si calcola col confronto del movimento del cursore di un clip, questo parte da zero e va verso il punto finale, quando ci arriva si ferma e può solo tornare indietro e ricominciare da capo, non ha importanza le immagini che trasmette che possono variare o essere sempre la stessa, solo il movimento. A spostarsi col cursore è lo zero? Giunto alla fine si congiunge col punto finale, zero e trecentosessanta gradi coincidono, un giro, lo zero è adesso? uno zero dialettico che non è prima e non è poi, quando è sullo zero è fermo, quando si muove non è fermo quindi non è zero, quando si ferma muore quindi non si muove e se non si muove è zero.

Il movimento tra i due limiti trascende nel pensiero, il nesso, Nesso era un centauro, nel mito viene ucciso da Ercole, dato che si voleva fottere la moglie si può dire per gelosia, di contro Deianira, ancora per gelosia, offre ad Ercole la camicia intrisa nel suo sangue, la camicia si attacca alla carne e lo divora, la figura di un abito carnivoro collegato alla gelosia.

Causa la gelosia l’azzeramento dello spazio è conseguenza, se il movimento è zero non si muove, in questo caso un fermo solo nominale, il movimento si trasferisce nel pensiero ed il corpo rimane bloccato.

Il pensiero è l’abito? L’abito mentale, la camicia di Nesso, la figura di una farfalla spillata contro un muro, è viva ma non si può muovere ed allora sogna di volare ma cosa sogna?

I riferimenti del mito che si adattano dal passato col transfert generazionale, sempre la solita pizza con causa la gelosia, un software che muove il burattino, se non ci fosse questo software, senza spillo che inchioda, che cosa sarebbe?

Bella domanda, seguendo le figure non sarebbe gelosa cioè dato che la gelosia è solo nel pensiero non penserebbe, l’adesso si sgancerebbe dal prima e poi e tornerebbe a scorrere, senza trarre conclusioni, l’abito si nutre dei vivi e le probabilità che seguono le può capire anche un cretino.

Nel caso di una donna trascendendo nella irrealtà del pensiero non è corpo quindi non è femmina e se non è femmina è maschio, un ermafrodito nominale che diventa abito mentale ed è carnivoro, un cannibale, la figura del burattino che tende al suicidio, la corda di Giuda per impiccarsi, il tracciato è nel pensiero, la corda un mio regalo.

serenata

Serenata di fuoco. (youtube)

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An die freude.

cavallo

Il fenomeno è uno spazio compreso tra due limiti di tempo, sul modello del cerchio uno è uguale a zero e l’altro può variare secondo i casi, la durata di un clip, di un oggetto, di una vita, di un’epoca storica eccetera.

Lo zero è un nome, ha un segno convenzionale per scriverlo ma non è forma. La forma dello zero non è nome quindi non è zero, dal confronto con la musica si vede che l’ottava è uno spazio compreso tra un do ed un si diesis quindi il do è sempre uguale a zero ed è un nome, nel cerchio lo zero e trecentosessanta gradi coincidono, in musica a coincidere sono il si diesis con il do dell’ottava successiva, quindi la forma del do è il si diesis della scala precedente.

Qui il discorso si complica estendendosi a tutti i fenomeni esistenti, qualsiasi si consideri il principio prende forma da un fatto conclusivo precedente e quindi dal confronto si possono calcolare le probabilità infatti ogni nota dell’ottava dopo il do ripete quelle dell’ottava precedente in una evoluzione verso i toni alti nelle scale ascendenti ed in una involuzione verso i toni bassi nelle scale discendenti.

A questo punto si può probabilizzare l’universale calcolando che la scala discendente prima o poi incontri uno zero assoluto, cioè senza la forma del si diesis oppure…qualcosa che c’era ancora prima dell’origine del mondo ad esempio ed in ogni caso si deve vedere ancora un’ottava dal do al si diesis.

Ogni oggetto in se è un universale perché a sua volta formato da parti ed ognuna di queste parti in sé è universale perché a sua volta formata da parti e si può continuare nel sempre più piccolo, viceversa ogni universale minore è parte di uno maggiore il quale a sua volta è parte di uno ancora maggiore, la sequenza dei bit in byte oppure, seguendo la fenomenologia di Hegel, i popoli, ad esempio l’italiano è parte degli europei che sono parte dei popoli dell’intero pianeta, l’universale maggiore, il si diesis che suona in fondo sulla corale di Beethoven, mentre al contrario si scende di popolo in popolo, fin quando si trova un do che non suona col resto, cioè è solo un nome, il nome è parola, la forma della parola è il linguaggio.

Il canone sviluppa la figura dell’universale, si vede ogni nota che lo compone formata da un povero cristo che fa pena naturalmente con le dovute varianti tonali, viceversa allo zero si vede una merdaccia continuare a spernacchiare: “Leccatemi il culo figli di cani!” e il discorso non quadra, ci deve essere qualcosa che non funziona…

Esempio di lettura del canone per principianti sul racconto Lolita.

avviso

Lolita.

Prima figura.

Quel mattino ero al Valentino, erano circa le undici, c’era il sole, non faceva ne freddo ne caldo ed un piacevole venticello portava il profumo delle rose che stavano fiorendo nei giardini oltre alle note altalenanti di un fisarmonicista che suonava alla porta del castello.

Stavo sotto un albero con la schiena appoggiata al tronco vicino alla fontana e leggevo un racconto di Isaac Singer, il figlio del rabbino, che parlava di morti che uscivano dalle tombe, dybbuk che entravano nelle persone e gli facevano fare le cose più assurde, era opprimente ma ero interessato alla cultura ebraica e continuavo a leggere, finalmente arrivai al termine, chiusi il libro e rimasi per un po’ a guardare la fontana cercando di non pensare a nulla.

Seconda figura.

Un centinaio di metri più avanti in un prato cosparso di margherite c’era una bambina che giocava con un pallone, avrà avuto sui dieci dodici anni ed era già abbastanza formosetta, era bionda coi capelli lunghi e fluenti ed era vestita con una camiciola bianca a righe rosse ed aveva una minigonna vertiginosa sulle lunghe gambe nude. Correva ed ogni volta che raccoglieva il pallone si chinava mostrando in pieno il fiore delle sue mutandine bianche. Cercai inutilmente di distogliere lo sguardo e devo confessare che sentivo un prurito innominabile che mi gonfiava il pacco nei pantaloni.

Per svagare la tentazione ammiravo il contrasto tra il bianco delle margherite e quello delle sue mutandine e, parrà incredibile, ne sentivo distintamente il profumo, da impazzire!

Cercai di metterla sull’intellettuale, le margherite, mi venne in mente la Margherita di Faust e la tentazione di Mefistofele, il patto col diavolo, la cosa era terribilmente arrappante e quella continuava a chinarsi e si avvicinava quasi lo facesse apposta. Avevo la mente che lavorava al galoppo in cerca di giustificazioni, ricordai una poesia di Catullo dove la labbra di una bambina in fiore erano insudiciate dallo sperma di un vecchio porcaccione, poi la Lolita di Nabocov e il Demonio di Bukowski, improvvisamente la cosa iniziò ad interessarmi e spostai l’attenzione.

Terza figura.

Presi carta e penna ed iniziai a scrivere una poesia, il testo originale l’ho perduto ma diceva all’incirca così:

“Brama la tigre in caccia nella giungla scarlatta

dietro la preda di cui a visto la fatta,

sangue d’intorno scorre

dalle viscere della torre,

istinto che ascolta la tromba

suonare gira e rigira nella tomba,

morto non fui, solo addormentato

e pronto son ora a sollevar…”

Ricordo precisamente che non mi veniva la rima, mi ero lasciato trascinare e non avevo calcolato la prima quando davanti ai miei piedi si aprì una fossa e come fosse sputato dalla terra uscì fuori una statua di pietra che subito disse: “Io sono Giulio Cesare, il disgustato!”

La bambina si stava allontanando con il pallone in mano richiamata dalle urla della madre, sculettava e come sculettava, avevo le bave che colavano incandescenti e sentivo tutti gli intestini agitarsi come grovigli di serpi che volevano uscire dall’uovo. Il vento era cessato, non si sentiva più uccello cantare, intanto eravamo passati al Don Giovanni e questo si chiamava Giulio Cesare. Un bel problema.

Mentre l’intuito lavorava in sordina gli dissi: “Giulio Cesare è morto da più di duemila anni, forse sei un matto scappato dal Cottolengo, di la verità.”

Lui parve arrossire come fanno le pietre vicino al fuoco e rispose: “Io sono un cantastorie, stavo sulle porte della città e le raccontavo a chi aveva i soldi per pagare, certe le scrivevo su rotoli di carta e quelle le vendevo più care, non si guadagnava granché ma si tirava avanti.”

L’intuito mi stava aprendo la porta di una storia incredibile, intanto i miei visceri continuavano a contorcersi, la bambina era tornata sul prato a giocare ed il bianco delle sue mutandine che tornivano un culetto al primo fiore bello come una bistecca al sangue mi stavano raggrinzendo la pelle, sentivo artigli invisibili che si sfoderavano, lunghi denti feroci alla brama di quel sangue…

Finale.

Questa storia finisce così, arrivò uno squadrone di scolari scortati dagli insegnanti che ruppero subito le righe per mettersi a giocare sul prato, la bambina si mescolò a loro e non la vidi più, la cosa mi fece desiderare di rinascere ma per il momento dovevo accontentarmi di com’ero, il buco si era rinchiuso e la statua non parlava più, quando mai si sono viste statue che parlano? doveva essere fantasia, forse avevo sognato, a quei tempi non avevo ancora pratica dei capricci dell’Arte ma ora, rileggendo queste righe, la tigre che vive sotto le mie braci si è messa in caccia ed il profumo che sente è tutta una sorpresa.

 

Interpretazione di superficie.

Il canone letterale segue le stesse regole di quello musicale, si basa sul contrappunto solo che invece di note e linee melodiche usa parole e linee narrative.

Nella prima figura originata dalle tradizioni ebraiche si vedono morti uscire dalle tombe e dybbuk impossessarsi delle persone per fargli fare le cose più assurde.

La seconda figura è contrappuntata alla prima, cioè deve suonare contemporaneamente puntum contra puntum quindi in pratica dire le stesse cose con parole diverse infatti si vede il fantasma del mito di Lolita uscir fuori da una poesia di Catullo a indicare che era già presente a quei tempi e poi continuare coi racconti di Bukowski e Nabocov. Naturalmente oltre a questi ce ne sono altri come ad esempio de Sade e si potrebbero trovare riferimenti anche nel ratto di Persefone ed in chissà quanti altri.

Poi si vede l’io narrante eccitarsi all’odore delle mutandine bianche e cambiare, quasi un dibbuk si fosse impossessato di lui, bisogna tenere presente che lo fanno anche i cani quando sentono l’odore di una cagna in calore e da questo si vede tutta una fila di sviluppi psicologici che si possono studiare nel caso servisse. Il cerchietto delle mutandine bianche, per associazione, potrebbe indicare l’ostia dei cristiani, questa è un intuizione che nel canone è frequente e si sviluppa in seguito.

La terza figura continua il discorso, si vede uscire dalla terra come rigettata la figura del don Giovanni che poi dice di chiamarsi Giulio Cesare, tutti nomi di morti, e di essere un cantastorie, nel caso, da passaparola, un pasquino, quindi un giornalista. Dalle figure precedenti si può vedere che poi viene preso da un dibbuk, magari quello di un dottore oppure di un santo anche se la storia non lo dice. La figura del don Giovanni che esce si può collegare a Cristo che torna dall’inferno portandosi dietro i patriarchi e le pie donne ebree, come le chiama Dante, quindi la mentalità che è alla base della prima figura. Inoltre le pie donne nell’enigmistica sono chiamate eroine ebree, da eroine a eroina quindi l’ostia ed il probabile stato del clero calcolando che un tempo, negli ospedali santuario, si curava solo con l’oppio, la medicina che toglie i peccati dal mondo come fa Cristo il cui corpo è contenuto nell’ostia che quindi diventa una medicina.

La finale è sintesi delle tre ed in pratica dice che sono tutte favole per bischeri.

Ci sono altri aspetti del canone che l’autore non calcola mentre scrive e si possono vedere solo a lavoro finito. Questo aspetto presenta varianti praticamente infinite e entra in un campo dove sono compresi l’enigmistica, l’improvvisazione, l’intuizione, collegamenti, raddoppi di parole, errori di battitura eccetera, spiegarlo ai bischeri sarebbe troppo lungo e tanto non lo capirebbero mai e quelli che capiscono non han bisogno di spiegazioni.

Importante è non dar peso alle parole, si considera il peccato originale un mostro intriso di leggende e superstizioni invece è un semplice calcolo matematico. Dio, che è solo un nome quindi una parola prende peso, cioè forma, dal male di Adamo ed Eva di cui è causa. Il canone continua, poi Adamo scarica la colpa su Eva eccetera. Questo potrebbe indicare tutti quei cinesi ed ebrei a caccia di soldi facili e per evadere le tasse che in America e altrove hanno sottoscritto le azioni della Facebook. Quando finiranno nei forni i primi potranno incolparla per averli fatti seguire un imbroglione ed i secondi di essere la causa del suo fallimento. Nella figura si vedono imbroglioni imbrogliare altri imbroglioni quindi non ci sono burattine da incolpare. Questa figura naturalmente si applica a tutta una serie di altre figure analoghe ed il risultato è lo stesso. Come si vede si scrive una cosa ma quel che si intende è tutt’altro.

Merdaccia